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Il passato a San Pellegrino in Alpe non bussava.
Entrava direttamente in cucina, si sedeva e chiedeva da bere.
Gino Balocchi passò la serata a rovistare negli archivi del Corriere dell’Alpe e delle Cose Perse, che
erano tre scatoloni, una credenza e la memoria di Donato. Cercava qualcosa che non ricordava di
aver dimenticato.
Trovò un trafiletto di dieci anni prima:
“Lite al Dopolavoro: forestiero lascia il paese.”
Niente nomi. Niente seguito. Solo una nota a margine, scritta con la sua calligrafia più storta:
“Carte strane. Risate fuori luogo.”
Gino chiuse gli occhi.
Era già successo.
Il commissario Passalacqua, seduto su una sedia che non lo voleva, ascoltava.
«Non c’è stato un morto,» disse.
«No,» rispose Gino. «C’è stato un silenzio.»
E a San Pellegrino i silenzi durano più delle persone.
Il forestiero di allora se n’era andato la mattina dopo, con le scarpe nuove e il sorriso giusto.
Nessuno l’aveva seguito. Nessuno aveva riso abbastanza.
«Questa volta sì,» disse il commissario piano.
Gino annuì.
Fuori, il confine si muoveva nervoso.
Dentro, il paese cominciava a ricordare.
Qualcuno al Dopolavoro disse:
«È colpa delle carte.»
Qualcun altro:
«È colpa di chi guarda e non gioca.»
Gino sapeva che il passato non chiedeva giustizia.
Chiedeva attenzione.
E lui, finalmente, gliela stava dando.